Blueprint pratico per progettare un research agent interno per marketing e PM tecnici usando stack moderni di agenti AI.
Design del caso d’uso: che cosa deve fare davvero il tuo research agent?
Molti team marketing e prodotto oggi usano Perplexity o ChatGPT in modo individuale per fare ricerche spot su trend, competitor e casi d’uso. Il salto di qualità arriva quando smetti di ragionare in termini di “singola chat” e inizi a progettare un research agent interno: un assistente strutturato, integrato con i tuoi dati, che segue brief chiari, produce deliverable standardizzati e lascia una traccia consultabile nel tempo. Le guide dei vendor più avanzati convergono su questo pattern. OpenAI parla esplicitamente di “sistemi che compiono task in autonomia a nome degli utenti” e ha rilasciato mattoni specifici – Responses API, Agents SDK, web search, file search e computer use – proprio per costruire agenti che leggono file, interrogano il web e pilotano interfacce OpenAI – new tools for agents. Google, con la nuova Interactions API, unifica modelli Gemini 3 e agenti come Gemini Deep Research in un solo endpoint /interactions con stato lato server e gestione integrata di tool remoti via MCP Google – Interactions API. Anthropic, infine, ha raccontato nel dettaglio come ha costruito un sistema di multi‑agent research per la propria funzionalità Research, con un orchestratore che crea sub‑agenti specializzati e coordina ricerca, sintesi e citazioni Anthropic – multi‑agent research. Per un’azienda B2B italiana il valore concreto è chiaro: poter chiedere a un unico agente “preparami un’analisi sul mercato X per il nostro ICP Y, con focus su canali di acquisizione, benchmark di pricing e rischi regolatori” e ricevere un report che combina fonti autorevoli con i tuoi dati interni (performance campagne, pipeline HubSpot). La sfida vera non è tecnologica, ma di design: definire cosa deve fare il research agent, come si interfaccia con stack e dati esistenti, come si misura la qualità del suo lavoro, come si governa l’uso di fonti e tool per restare compliant con AI Act e GDPR. In questo articolo costruiamo un blueprint operativo in tre passi – design del caso d’uso, architettura di riferimento, roadmap 90 giorni – pensato per CMO, digital manager e PM tecnici che vogliono passare dal “giocare con l’AI” ad avere un vero asset interno di marketing intelligence.
Architettura di riferimento: modelli, Interactions/SDK, MCP e dati interni
Il cuore di un research agent moderno non è “il modello migliore”, ma l’architettura che lo circonda. In modo semplificato, puoi pensare a quattro layer: modelli e agent framework, layer di integrazione (MCP), data layer interno, interfacce per i team. Sul fronte modelli, il pattern vincente oggi è combinare un modello generalista forte per reasoning (Claude Opus, GPT‑5, Gemini 3 Pro) con servizi di Deep Research e, se serve, modelli open‑source per casi sensibili. OpenAI, ad esempio, ha introdotto una Responses API e un Agents SDK pensati proprio per orchestrare agenti con tool, web search, file search e persino “computer use” OpenAI – new tools for agents. Google, con la Interactions API, offre un endpoint unico per modelli e agenti (incluso Gemini Deep Research), con stato server‑side, esecuzione in background e supporto nativo a tool MCP. Anthropic, dal canto suo, con il Claude Agent SDK e il lavoro sul multi‑agent research system mostra come usare un orchestratore che crea sub‑agenti specializzati per esplorare in parallelo aspetti diversi di una domanda Anthropic – multi‑agent research. Il layer di integrazione è il posto giusto per MCP: server che espongono tool verso HubSpot, data warehouse, knowledge base (SharePoint, GDrive), strumenti di analytics e, se serve, Perplexity/Deep Research. Un singolo research agent potrebbe avere a disposizione: • tool per leggere contatti, aziende, deal e attività da HubSpot; • tool per interrogare viste sintetiche su campagne, canali, ROAS; • tool per cercare e leggere documenti interni; • tool per chiamare Deep Research esterni e riportare solo risultati con citazioni chiare. Il data layer interno, come sempre, decide molto del valore: se CRM e dati campagne sono sporchi o disallineati, l’agente farà fatica a proporre insight coerenti. Prima di dargli accesso pieno, ha senso investire in data quality (anche con agenti dedicati, come abbiamo visto per la data quality in CRM) e in viste “AI‑ready”: profilo cliente 360°, timeline eventi, funnel e coorti leggibili. Infine, le interfacce: un research agent che vive solo come API verrà usato da pochi. Ha senso prevedere almeno tre superfici: una UI web (o integrata in HubSpot) dove l’utente può lanciare research task, allegare brief e documenti; un’integrazione in strumenti già usati (es. Slack, Teams) per Q&A rapide; e, per i PM tecnici, un accesso programmatico via API per orchestrare ricerche da pipeline o workflow esistenti. In tutti i casi, la capacità di allegare il report a record CRM (azienda, deal, account plan) è ciò che lo rende davvero operativo per sales e marketing.
KPI, governance e lezioni apprese dai primi 90 giorni
Nei primi 90 giorni di vita di un research agent interno succedono tre cose: emergono subito i quick win, si vedono i limiti della prima architettura e diventa chiaro dove serve governance. Mettere nero su bianco alcune metriche e ruoli ti aiuta a governare questo passaggio. Sul fronte KPI, puoi partire da poche misure semplici: • volume: quante ricerche vengono lanciate al mese e da quali team; • TTR (time‑to‑research): quanto tempo medio tra brief e consegna; • adozione: % di report dell’agente usati in deck, planning, documenti ufficiali; • qualità percepita: un NPS interno per i principali stakeholder (marketing, sales, prodotto). Accanto a queste, ha senso introdurre da subito alcune metriche “tecniche”: p95 edge→azione per i casi di Q&A sincrono, Costo per Outcome (euro per report davvero utilizzato) e APR (Attack Pass Rate) su una piccola suite di test ispirata a OWASP LLM Top 10 OWASP – LLM Top 10. Strumenti come NeMo Agent Toolkit mostrano come profilare agenti multi‑step e collegare tempi/costi a outcome in modo strutturato NVIDIA – NeMo Agent Toolkit. Dal punto di vista organizzativo, è utile che il research agent “risponda” a un piccolo AI Governance Board che includa marketing, sales, IT e, dove serve, legale/compliance. Questo board non deve bloccare ogni uso, ma: • approvare nuovi tool MCP che espongono dati sensibili; • definire policy su quali fonti esterne l’agente può usare; • rivedere trimestralmente metriche, incidenti e backlog di miglioramenti. Le lesson learned dai primi 90 giorni spesso convergono su alcuni pattern ricorrenti: • i brief vanno standardizzati (template per mercati, competitor, casi d’uso) per evitare output eterogenei; • serve una libreria di “ricerche tipo” riutilizzabili, con parametri (Paese, segmento, canale) che il marketer può variare senza reinventare tutto; • è cruciale chiarire che l’agente non sostituisce il judgement umano: ogni report dovrebbe chiudersi con una sezione “Da validare” che esplicita ipotesi, rischi e aree dove servono dati interni o confronti con clienti reali. Per Turatti, o per una PMI B2B cliente, un research agent così progettato diventa un moltiplicatore silenzioso: riduce il tempo speso a cercare, normalizzare e riassumere informazioni, libera spazio per pensare a posizionamento, messaggi e test, e crea nel tempo un archivio strutturato di insight che non vanno persi quando cambia l’agenzia o il responsabile marketing. L’importante è trattarlo fin da subito come un prodotto interno, con roadmap, metriche e owner chiari, non come un progetto sperimentale “una tantum".

